In morte di Anita Garibaldi di Andrea Santucci

Non si sorprenda il lettore di sapere che In morte di Anita Garibaldi di Andrea Santucci (pubblicato da Clown Bianco Edizioni) ha vinto il Premio GialloLuna Nero Notte 2020 per il miglio romanzo inedito. Pur senza conoscere la qualità degli altri scritti in concorso, la raffinatezza della scrittura, il fascino della trama, la precisione del quadro storico e psicologico fanno del romanzo dello scrittore milanese un gioiellino che gli amanti del genere giallo, così come quelli del genere storico, non possono perdere. I primi saranno immediatamente catturati dall’armonia dell’intreccio e i secondi non potranno non riconoscere la dettagliata ricostruzione socio antropologica dell’Italia risorgimentale.

Giordano Bruno Venettacci (omen nomen?) è un giovane capitano della gendarmeria pontificia nella Roma del 1854 che, tuttavia, nel 1949 non ha esitato a schierarsi dalla parte di Mazzini e Garibaldi e della neoproclamata Repubblica Romana che costrinse il Papa Pio IX a fuggire a Gaeta. Come ci ricordano i libri di Storia, il tentativo ebbe vita breve e si concluse nel giro di pochi mesi, capitolando e costringendo Garibaldi a fuggire e attraversare l’appennino, con gli austriaci alle calcagna, per tentare di raggiungere Venezia, l’ultima delle repubbliche ribelli ancora in piedi dopo il naufragio dei grandi moti che nel biennio 1848-1849 scossero l’Europa. In quella marcia forzata e disperata, Garibaldi portava con sé la moglie Anita, incinta, che non sopravvisse spirando, infine, la notte del 4 agosto in un paesino della provincia di Ravenna, tra Sant’Alberto e Mandriole.

Dopo l’esperienza della Repubblica, Vennettacci aveva goduto dell’amnistia concessa dal Papa e ripreso le sue funzioni nel corpo della gendarmeria pontificia anche grazie all’intercessione di un ufficiale che lo aveva preso particolarmente in simpatia intravedendo in lui lo spiccato senso del dovere del giovane militare ma soprattutto la sua «capacità di vedere gli sfuggevoli nessi tra le cose» che lo portavano a trovare rapidamente soluzioni laddove altri vedevano solo fatti privi di senso. Ed è su questa sua particolare dote che fa affidamento Monsignor Bedini, Arcivescovo titolare di Tebe e delegato apostolico per il Brasile e gli Stati Uniti d’America ma in procinto di essere nominato Cardinale e che vuole a ogni costo far luce sulle reali circostanze della morte di Anita Garibaldi, anche a 4 anni di distanza. Referti cambiati, testimonianze ballerine, circostanze incongruenti farebbero pensare che il cadavere di Anita sia stato sepolto, peraltro malamente, nella landa della pastorara, dopo un evento ancora più tragico della morte naturale per sfinimento e che getterebbe molte ombre sul ruolo dello stesso Garibaldi nel caso.  

Nonostante la Pasqua ormai imminente e la sua riluttanza a lasciare Roma, il giovane capitano è costretto ad accettare questa missione non ufficiale ma di vitale importanza per il suo committente e, di conseguenza, per il suo futuro all’interno della gendarmeria, e a partire per la Romagna con il fido maresciallo Scaccia alla ricerca di una verità che il tempo, la Storia e l’omertà generale preferirebbero mantenere insabbiata. Prima tappa, la fattoria Guiccioli dei fratelli Ravaglia, a Sant’Alberto, dove la sera del 4 agosto di quattro anni prima Garibaldi e i suoi ripararono sulla strada verso Venezia e dove la moglie del celebre condottiero spirò. E sarà proprio qui che Vennettacci inizierà a vedere le sfuggevoli cose a cui trovare un senso e una connessione. Come la morte, tre anni dopo, di un’altra donna in circostanze in tutto e per tutto simili a quelle di Anita Garibaldi…

In un romanzo giallo, si sa, la sfida per tenere alta la concentrazione del lettore sta nel ritmo, nei colpi di scena, negli snodi di trama, nel seminare tracce e depistare senza ingannare. In un romanzo storico, a tenere incollati alla pagina è la sensazione di essere completamente calati nel tempo raccontato, senza anacronismi, dettagli fuori posto e stridenti. In entrambi tecnica e talento devono stringere un patto di reciproca consapevolezza. Andrea Santucci riesce a sincretizzare tutto con rigore e autorevolezza. E a questo aggiunge la capacità di tratteggiare un protagonista inedito, giovane e intelligente, tormentato dai suoi demoni interiori quanto basta a farne un personaggio attraente e misterioso, con quelle piccole manie che contribuiscono a renderlo indimenticabile (un vegetariano nella metà del XIX secolo non mi era ancora capitato di incontrarlo in un romanzo) a cui fa da contrappunto lo Scaccia con le sue fanfaronate alla Aristofane. Il risultato di questa coppia addizionata (che riecheggia il classico abbinamento del genere giallo) è un perfetto binomio di Newton, ovvero uno strumento narrativo che permette di sviluppare al massimo tutto il potenziale del romanzo.

In morte di Anita Garibaldi di Andrea Santucci è un esordio che vale sicuramente la pena di leggere per poi sperare di ritornare a incontrarne i protagonisti impegnati in altre indagini sullo sfondo di un Italia non ancora nata ma già in travaglio.   

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